L’opera di Gormley è fortemente legata alla storia della scultura ma, allo stesso tempo, inequivocabilmente attuale. La figura umana costituisce il centro, il nucleo del suo lavoro, una centralità costantemente messa in relazione con lo spazio in cui si trova a vivere, in un dialogo serrato con il luogo che la rende ogni volta soggetto assoluto ma anche punto di partenza per una riflessione esistenziale. Nel caso di Edge II, che abita ora la vecchia cisterna ancora in uso, una figura umana sospesa a 12 metri da terra assume un aspetto cosmico: fondendosi con l’architettura sorprende lo spettatore e lo proietta in uno spazio fortemente verticale innescando, pur nella assoluta immobilità di questo corpo orizzontale, un senso di movimento ascensionale. L’eccezionalità dello spazio non lo sottrae comunque da una riflessione sull’uomo e sull’arte ma anzi alimenta gli interrogativi sull’esistenza e sulla possibilità di fare Arte e costruire monumenti nel nostro secolo. L’artista inglese si confronta con la storia e la memoria ma si tratta forse più di una memoria collettiva all’interno della quale l’individuo e il tempo convivono e si confondono con la storia dell’uomo piuttosto che con individui ed eventi contingenti.

Antony Gormley [Londra, 1950]
Antony Gormley è uno dei più noti scultori inglesi contemporanei; fin dai primi anni settanta si è dedicato con coerenza ad una ricerca che parte dalla rivisitazione dell’idea di monumento utilizzando la figura umana.
L’artista usa il corpo come misura e matrice, come punto di partenza per realizzare figure che, attraverso la loro particolare disposizione nello spazio, assumono connotati domestici e al tempo stesso estranianti.
Sebbene la forma originaria sia quindi sempre quella della sagoma dell’artista stesso, la sua non è un’opera strettamente autobiografica, ma piuttosto un “veicolo” per interrogarsi sui grandi quesiti esistenziali: “la scultura, per me, usa mezzi fisici per parlare dello spirito, il peso per parlare della sua assenza, la luce per parlare del buio, un medium visivo per rimandare a cose che non possono essere viste” (Gormley).
Antony Gormley ha realizzato sculture per i maggiori musei di tutto il mondo, installazioni su ampia scala in Gran Bretagna e all’estero nonché alcuni dei lavori pubblici più significativi degli ultimi decenni.

INTERVISTA

Arabella Natalini Nel tuo lavoro usi sempre il corpo come punto di partenza, mentre la matericità costituisce comunque un elemento di massima rilevanza. Come convivono questi aspetti nelle tue sculture?

Antony Gormley Voglio fare un lavoro che comunichi qualcosa che riguarda l’essere vivo e mi sembra sensato usare la mia realtà fisica come soggetto, come strumento e come materia. È una materia prima. Mi interessa realizzare un lavoro che in qualche modo pone delle domande. L’introduzione di un corpo estraneo nel corpo dell’architettura porta chi lo guarda a chiedersi “chi sono io nello spazio?”. L’aver potuto utilizzare uno spazio come questo sembra un miracolo. È una cosa fantastica anche perché sono sempre più interessato ad usare lo spazio architettonico come una sorta di cassa di risonanza che amplifichi l’esperienza dello spettatore. Siamo in un edificio che è come lo stomaco di questa città. È parte dell’organismo vivente della comunità, non è uno spazio appositamente concepito per l’arte, non è un museo, lo spettatore non è precondizionato ad avere un’esperienza culturale.
Il lavoro realizzato per questa torre alta 30 metri si intitola Edge II, e costituisce una sorta di ri-posizionamento del corpo. Non è qui allo stesso modo in cui lo siamo noi. È una massa di ferro pieno, una evocazione dello spazio, o meglio di cosa diviene lo spazio quando si chiudono gli occhi. Anche se è molto personale, io non vedo il mio lavoro come un autoritratto. È semplicemente un esempio particolare della condizione umana che io voglio usare in uno spazio che può essere occupato empaticamente. Così, chiunque entri nella torre può guardare su e immaginarsi in quella posizione.

AN Mi piacerebbe tu potessi darci qualche accenno sul tuo metodo di lavoro, su come realizzi materialmente le tue sculture.

AG Per me è importante che la scultura parta da un momento vissuto nel tempo e nello spazio reale. Per questo lavoro ho provato ad immaginare come sarebbe stato sentirsi in una posizione e in uno spazio senza peso ed avere tutta le tensione del corpo al suo interno. 
Il mio metodo di lavoro? Vengo completamente avvolto nel cellophane e mi devo concentrare molto per rimanere immobile per circa 20 minuti. È una questione di volontà, ma l’aspetto interessante è che questo sforzo si tramuta in seguito nel suo opposto. Divento, in un certo senso, un prigioniero del momento trascorso. E questo mi interessa: è come discendere nella condizione di inanimato, nella condizione di un minerale, nella condizione, se si vuole, di morte.
Per me la scultura deve essere immobile, deve essere silenziosa, ma deve usare il silenzio e l’immobilità in maniera positiva. In questo mondo estremamente mobile dove tutto è visivo mi auguro sia possibile trasmettere questo processo, che la scultura sia come un fossile industriale, che porti con sé la memoria dell’esperienza umana.

AN Tornando al processo di lavoro…

AG Sì, certo, devo parlare dell’aspetto pratico… Dunque, all’inizio vengo interamente avvolto nella pellicola, poi due assistenti mi ricoprono da capo a piedi di juta imbevuta nel gesso. Dopo circa mezz’ora, quando il gesso si è solidificato, viene rimosso il calco. Per molti anni ho utilizzato il calco vuoto come base per il mio lavoro. Ora trasformo quel vuoto in un pieno, in una massa solida; faccio un positivo con il fiberglass che viene poi impiegato come modello a sua volta racchiuso nella sabbia e poi riempio quel vuoto, lo spazio interno, con il ferro.
Io voglio che il lavoro porti con sé tutta la storia della sua lavorazione: si possono vedere le tracce della pellicola, dove è stato tagliato il modello originario, si possono anche vedere i canali attraverso cui il ferro è stato gettato. Non voglio nascondere niente, così la nascita della superficie della scultura parla delle sue origini ma anche del processo industriale della sua realizzazione.

AN Hai già parlato dello spazio, ma mi piacerebbe tu spendessi ancora due parole su questo progetto in particolare; quando sei venuto a San Casciano per un primo sopralluogo abbiamo visitato diversi spazi; ad un certo punto abbiamo “scoperto” questa torre e io sono convinta che questa sia stata una grande occasione perché lo spazio è molto forte e questo lavoro contribuirà alla salvaguardia di un’architettura che altrimenti sarebbe stata demolita…

AG Un aspetto interessante e comune a molte costruzioni industriali, soprattutto in Italia, è che queste hanno una capacità di comprensione dei materiali, materiali usati in maniera assolutamente minimale con il massimo effetto.
Nel momento in cui ho visto questo edificio mi sono immediatamente reso conto che era unico e estremamente “prezioso”. È un’architettura del dopoguerra delle più funzionali, utilitaristica, ma allo stesso tempo, ha un’estrema eleganza ed ha lo stesso diritto di essere conservata della Colonna di Traiano. Ha una storia molto importante da raccontare riguardo ad un tempo particolare della storia europea. Mi sento molto fortunato per l’opportunità di realizzare qualcosa che possa catalizzare questo spazio e lo possa trasformare in uno spazio dell’immaginazione.