Camera con vista, il lavoro presentato da Nicola Pellegrini, è un’architettura mobile, o meglio, di una “cornice mobile”, una scatola aperta sui due lati lunghi montata su di un rimorchio da autocarro e arredata come un interno domestico. Una “cornice domestica”, dunque, che si sposta per le colline del Chianti incorniciando, di volta in volta, strade, piazze, colline, palazzi ma anche luoghi ed edifici non altrettanto caratterizzati. Pellegrini lavora in una dimensione che sta tra pubblico e privato, restituendoci uno sguardo attento alle storie private e contemporaneamente allo spazio fisico e sociale in cui queste si trovano a vivere. L’intimità della casa viene qui elusa e contraddetta dall’assenza di due delle quattro mura, attraverso un gesto forte ma privo di violenza, dando vita ad un luogo atto all’ascolto delle molte storie narrate da persone che in queste zone sono state spinte dalla ricerca di un lavoro.

Nicola Pellegrini [Milano, 1962]
La ricerca di Nicola Pellegrini esplora lo spazio della visione, inteso sia come luogo reale che concettuale. Spaziando dalla fotografia, all’installazione, al video l’artista genera una continua osmosi fra i media ed un’indagine acuta e approfondita del concetto ampio del visivo.
Gli interventi di Pellegrini si costruiscono attraverso azioni di relazione con persone, luoghi, situazioni, operando spesso su slittamenti di senso, e indagando le sollecitazioni del mondo dell’immagine in cui siamo immersi. Il luogo ospitante, quindi, e il concetto di relazione sono elementi centrali nella riflessione dell’artista.
Attraverso l’opera l’artista esplora il rapporto ambiguo fra sguardo, ambiente e luogo, spesso capovolgendo l’idea convenzionalmente definita di spazio interno ed esterno. Così nascono opere che svelano, in un’immagine rovesciata, un insieme di intimità domestiche rese pubbliche; o un ambiente come una cucina dove l’immagine è sottratta e le voci dei protagonisti raccontano le inquadrature del loro ambiente quotidiano; o ancora come il set di una ‘soap opera’ che diventa un’occasione di rielaborazione e costruzione di un’opera che si situa sulla sottile linea di confine fra linguaggio televisivo e artistico.
Confrontandosi di volta in volta con il contesto ospitante l’opera diviene un momento di scambio e contatto. L’incontro con gli oggetti e soggetti delle opere scatena un meccanismo di ‘intrusione silenziosa’ che apre un varco, un allargamento della visione consueta.

INTERVISTA

Daria Filardo Tusciaelecta si concentra quest’anno su alcuni degli spazi nodali delle singole comunità, individuati nelle piazze e nelle strade principali dei sette comuni promotori. Il progetto nel suo complesso suggerisce una riflessione sul ruolo attuale dell’arte negli spazi pubblici, su cosa si intenda al giorno d’oggi per “pubblico” e su quale significato si possa dare alla nozione stessa di arte pubblica, di per sé costretta ad una perenne e quanto mai indeterminata ridefinizione. Esiste ancora, secondo te, un qualcosa che possiamo denominare “sfera pubblica”?

Nicola Pellegrini È importante continuare a ricordare che pubblico è ciò che riguarda, appartiene, concerne la collettività. Oggi il problema è proprio quello dell’individuazione di tale collettività, dei parametri con cui possiamo identificare quel determinato gruppo di persone a cui si riferisce una particolare sfera pubblica. Il problema è dunque un problema di appartenenza e di identità. 
Per fare un esempio specifico di un passato non troppo lontano, le donne hanno dovuto lottare per poter accedere a quei diritti che derivano da una piena appartenenza alla sfera pubblica. In una società regolata dagli uomini il parametro che le differenziava e che gli negava il diritto a votare e a essere votate era quello sessuale. 
Adesso invece i problemi legati ai criteri di appartenenza e alterità derivano principalmente dai fenomeni delle migrazioni di massa: lo spostamento nel mondo privilegiato di una moltitudine di persone che, pur essendo chiamata ad alimentare un meccanismo produttivo, fatica ad ottenere i diritti che spettano a chi è parte integrante della comunità.
Viviamo in un mondo in cui da una parte si tende ad una omogenizzazione culturale, stimolata dalla globalizzazione della tecnologia digitale e della telecomunicazione, che, superficialmente, sembrerebbe condurci verso una universalizzazione di tale collettività, dall’altra si è portati nostalgicamente a ristabilire le differenze in base ad una presunta appartenenza originaria alla fisicità di un luogo. 
Ma l’effettivo irrigidimento dei confini politici ed economici, svela quanto nella realtà questa globalizzazione non sia che una chimera, che maschera lo sviluppo di un ordine capitalista in continua espansione. 
Penso a proposito di queste due tendenze alla frase di Homi Bhabha: “Il mondo si rimpicciolisce per coloro che lo posseggono; per gli spossessati, i migranti e i rifugiati nessuna distanza è più grande che pochi metri attraverso un confine o una frontiera”.
 Questo confine è indubbiamente una frontiera fisica e geografica, ma non solo. È un limite, culturale, politico e economico che si continua a ripresentare anche una volta superata la barriera geografica.

DF A partire da un’idea di re-interpretazione del ruolo del monumento, l’opera si espande in un “campo allargato” di esperienza che coinvolge il territorio nel suo complesso (dallo spazio, alle relazioni con i suoi abitanti e con le attività produttive). Come definiresti il tuo intervento in relazione allo spazio ospitante, in termini di significato, funzione e fruizione?

NP È interessante contestualizzare la problematica di cui parlavo nel territorio chiantigiano in cui si realizzerà questa mostra. Una zona DOC che ha saputo valorizzare e proteggere la bellezza del paesaggio e la qualità centenaria dei suoi prodotti agricoli attraverso una riscoperta delle tradizioni locali, ma anche con l’esportazione di un immagine di se stessa altamente stereotipata che tradisce la complessità della situazione reale 
La popolazione del Chianti è infatti costituita da cittadini originari della zona, da stranieri stanziali o semistanziali che posseggono delle proprietà nella regione e da immigrati con e senza permesso di soggiorno che forniscono mano d’opera all’agricoltura e al turismo rendendo possibile la perpetuazione di quella tradizione locale tipica che è diventato il biglietto da visita della regione. 
La vicinanza nel territorio di queste realtà così lontane, una sedentaria, autentica, tradizionale e tipica, l’altra nomadica, spaesata e diversa, per me è l’elemento nascosto caratterizzante questa regione.
Il mio intervento cerca di mettere a fuoco la relazione tra queste raccogliendo delle storie raccontate in prima persona e fornendo un luogo d’ascolto nomade e frammentato.

DF Come inseriresti il lavoro presentato a Gaiole all’interno del tuo percorso artistico? Ci sono dei nuovi elementi (anche dal punto di vista tecnico), o si tratta di qualcosa, seppur pensato per uno spazio aperto, affine a tutti gli altri lavori?

NP Il lavoro che sto realizzando non verrà presentato esclusivamente a Gaiole essendo un architettura itinerante che circolerà per tutto il territorio della mostra. Una costruzione in movimento che definisce il territorio come percorso. Un lavoro che attraversa senza mettere radici, un lavoro che viene attraversato, inquadrando un punto di vista diverso. 
Si tratta di una struttura ibrida tra un camion e una sezione, un frammento di una casa privata. Una pezzo di casa mobile le cui altre parti costituenti sono rimaste altrove.
I due lati lunghi sono aperti, come se la casa fosse stata materialmente tagliata, e rivelasse l’interno con tutte le tracce di vita vissuta. Questa casa aperta da ambo i lati diventa una sorta di cornice mobile. Un abitazione-cornice che inquadra una veduta particolare su questo paesaggio autentico e protetto, già così spesso incorniciato dalla tradizione pittorica toscana e dalle macchine fotografiche dei turisti che l’affollano.
Una vista con un altro punto di vista, proprio perchè mobile e mutante. La prospettiva di uno sguardo vagabondo e nomade che si riinventa strada facendo e mette in dubbio la verità assoluta, preferendogli una verità relativa in continuo divenire. Uno sguardo che passa attraverso il mondo di chi ha un’esperienza differente in quanto spossessata e sradicata.
Si tratta comunque di cornice abitabile che non solo indirizza lo sguardo, ma in cui si potrà salire e accomodarsi. Un luogo non solamente per guardare, ma anche per essere guardati, un luogo per osservare ed essere osservati. E ascoltare. Infatti dentro alla casa si potranno ascoltare le storie registrate di alcuni abitanti della zona appartenenti a quella comunità di migranti di cui parlavamo prima. Racconti in bilico tra la vita trovata in questa regione e quella lasciata nella terra d’origine, racconti di un viaggio al contempo effettivo e metaforico.

DF Ci sono dei nuovi elementi (anche dal punto di vista tecnico), o si tratta di qualcosa, seppur pensato per uno spazio aperto, affine a tutti gli altri lavori?

NP Credo che il progetto realizzato per Tusciaelecta sintetizzi molti degli aspetti caratteristici del mio lavoro. Innanzi tutto è per me una consuetudine un atteggiamento site-specific. Non però come in molta arte pubblica del passato che si relazionava specificatamente con le caratteristiche fisiche e spaziali di un determinato luogo. È importante mettere in discussione la nozione di sito come luogo effettivo. Un sito può essere un particolare gruppo di persone, una comunità o un istituzione. Il cercare di costruire una mappa di istituzioni culturali come la televisione o il museo è sicuramente un modo possibile di fare un lavoro site-specific. Ovviamente non solo in termini spaziali, ma di argomenti topici, cercando di capirne le implicazioni e di inquadrarne i significati. Un paio di anni fa ho fatto una mostra personale intitolata SightSpecific era la vista ad essere considerata un sito. Ero interessato al modo in cui il nostro modo di guardare è influenzato dai modelli offerti dalla televisione. 
Un’altra idea su cui lavoro spesso e che torna in questo progetto è l’idea di limite. I limiti segnano la divisione tra ambiti differenti e allo stesso tempo li definiscono a seconda di quello che includono o escludono. Ai margini del confine c’è una situazione di vicinanza, di contiguità, tra i due opposti. È questo che rende il limite uno spazio privilegiato che ci permette di conoscere trasgredendo quelle che sono le convenzioni, i luoghi comuni, le abitudini che costringono il pensiero. Dal confine si gode di una vista più ampia che ci permette di vedere i due lati dello stesso orizzonte. La contaminazione, il rovesciamento di campo diventa quindi una metodologia di lavoro. 
Spesso ho usato limiti architettonici nei miei lavori, non solo come metafora, ma come luogo privilegiato per rendere evidente ciò che normalmente è escluso o per effettuare questo rovesciamento di campo.
In questo lavoro il limite è definito ma mobile, un confine atipico che attraversa e si lascia attraversare. E che come in altri lavori è un luogo d’ascolto.