Trentuno dicembre millenovecentossessanta, il lavoro inedito presentato da Paola De Pietri a Forte Belvedere, prende le mosse da un’approfondita ricerca volta a rintracciare in Toscana persone nate, appunto, il 31 dicembre 1960. 
La scelta di questa data è strettamente legata alla biografia della fotografa, al desiderio di individuare uomini o donne che condividessero con lei esattamente lo stesso tempo vissuto.
”Avere in comune lo stesso numero di giorni vissuti, quasi le stesse ore, può assumere il significato del rispecchiarsi nell’altro e nasce dall’interesse per la complessità che ha lo sviluppo possibile in ognuno di noi”. Una volta rintracciati un certo numero di soggetti, è stato chiesto loro di farsi riprendere dall’artista e di raccontare liberamente, per scritto, la propria storia.
Le persone sono state filmate a telecamera fissa sullo sfondo di un ambiente a loro familiare, spazi verdi o luoghi urbani, che traducono l’esperienza del luogo in un “esserci” evanescente quanto concreto.
 Trentuno dicembre millenovecentossessanta, la prima esperienza video dell’artista emiliana, è composto da una serie di sei video, sei “fotografie in movimento”, “piano americano”, accompagnate da voci narranti fuori campo che raccontano le rispettive storie. L’utilizzo del video consente allo spettatore di percepire in maniera diretta, in tempo reale, l’esperienza narrativa dei soggetti, un’esperienza condensata, riportata attraverso brani di storia orale che si traducono in una possibilità di racconto a se stessi e agli altri.

Paola De Pietri [Reggio Emilia 1960]
Paola De Pietri ha sempre agito attraverso il medium fotografico. Il lavoro realizzato per questa edizione di Tusciaelecta è il primo che si serve di un supporto filmato. Le sue immagini nascono da un’attenta osservazione del territorio, sia esso quello urbano delle città italiane, oppure quello organico e vegetale della natura. 
Nello spazio cittadino l’artista è passata dall’analisi dell’esperienza personale e del quotidiano (le case della via in cui abita), al racconto di storie di passanti, sospese in una dimensione temporale indefinita. Il mistero della natura è invece descritto con estrema delicatezza, nel continuo mutare dei suoi agenti: il vento, le maree, la nebbia, le migrazioni degli uccelli. Anche in questo caso non si tratta di semplici immagini di paesaggio, ma di un lavoro accurato, volto a rendere palese la percezione dell’instabilità, della transitorietà, dell’effimero.
Le fotografie di Paola De Pietri comportano pertanto un’implicazione concettuale tesa alla presa di coscienza delle dinamiche spazio-temporali del vissuto. Sono indagini che riferiscono di una forte volontà di esperienza del mondo e di un desiderio innocente ed incontrastato di conoscenza di sé e degli altri.

INTERVISTA

Daria Filardo Tusciaelecta si concentra quest’anno su alcuni degli spazi nodali delle singole comunità, individuati nelle piazze e nelle strade principali dei sette comuni promotori. Il progetto nel suo complesso suggerisce una riflessione sul ruolo attuale dell’arte negli spazi pubblici, su cosa si intenda al giorno d’oggi per “pubblico” e su quale significato si possa dare alla nozione stessa di arte pubblica, di per sé costretta ad una perenne e quanto mai indeterminata ridefinizione. Esiste ancora, secondo te, un qualcosa che possiamo denominare “sfera pubblica”?

Paola De Pietri Per sfera pubblica intenderei sia quei progetti che si rivolgono ad aspetti legati alla collettività e all’individuo nelle sue relazioni personali e sociali, interagendo con essi, sia a quelle opere che trovano collocazione più o meno permanente in luoghi pubblici, non intendendo con questo il monumentalismo del passato, ma opere che permettano un’esperienza e un’interazione maggiore con il luogo e le persone che vi appartengono.
Lavoro con la fotografia e sono interessata a quello che esiste fuori dal mio spazio strettamente privato, trovo interessanti gli aspetti che trascinano dal privato al pubblico, o meglio al collettivo.

DF A partire da un’idea di re-interpretazione del ruolo del monumento, l’opera si espande in un “campo allargato” di esperienza che coinvolge il territorio nel suo complesso (dallo spazio, alle relazioni con i suoi abitanti e con le attività produttive). Come definiresti il tuo intervento in relazione allo spazio ospitante, in termini di significato, funzione e fruizione?

PDP Ho realizzato per Tusciaelecta una serie di sei video che possono essere considerati come delle “fotografie in movimento”. Ogni video è il ritratto di una persona realizzato in un ambiente a lei familiare. Tutti hanno in comune la stessa data di nascita per giorno, mese e anno, il 31 dicembre 1960, che è anche la mia data di nascita. 
Avere in comune lo stesso numero dei giorni vissuti, quasi le stesse ore, può assumere il significato del rispecchiarsi nell’altro e nasce dall’interesse per la complessità che ha lo sviluppo possibile di ognuno di noi.
Alle quattro donne, Cosetta, Isabella, Patrizia e Gianna, e ai due uomini, Alessandro e Lorenzo, che hanno partecipato al progetto ho chiesto di scrivere della loro vita fino ad oggi, valutando liberamente cosa dire. I luoghi scelti sono spazi aperti, quasi tutti pubblici, nei quali accadono in continuazione dei microavvenimenti. Le persone rimangono ferme, esistono “semplicemente”, e i video diventano un’osservazione obbligata di quindici minuti (durata di ogni video) della vita di… a…

Daria Filardo Come inseriresti questo lavoro all’interno del tuo percorso artistico? Ci sono dei nuovi elementi (anche dal punto di vista tecnico), o si tratta di qualcosa, seppur pensato per uno spazio aperto, affine a tutti gli altri lavori? Cosa nasconde il titolo dell’opera?

PDP Da un punto di vista strettamente tecnico certamente questo progetto, che fa uso del video, si differenzia da quelli precedenti, anche se in realtà l’uso della videocamera è simile a quello della macchina fotografica. 
Non ci sono movimenti di macchina; l’inquadratura è sempre la stessa dall’inizio alla fine. Quello che cambia è quello che succede nello spazio scelto, nel corso del tempo, anche se breve. Il tempo, poi, nel video è ripercorso in tempo reale. L’idea di transitorietà e di piccoli ma fondamentali variazioni temporali è di molti dei miei lavori e accompagna il passaggio da uno stato all’altro, sia nel paesaggio che nella condizione dell’uomo.
Nella serie fotografica dei dittici per esempio, le persone sono viste in momenti ravvicinati e successivi, cosi come la folla che ruota nello spazio chiuso di Piazza del Campo o come nel paesaggio spoglio e monocromatico delle campagne senesi, che muta al variare dell’angolo di incidenza del sole sulla superficie terrestre.