Lorenzo Giusti Avete definito TVision un progetto web-site specific, «un work in progress che si svolge nello spazio pubblico della rete», eludendo in questo modo rischiose classificazioni (Web Art, Software Art, Form Art, Art on the Net, Net.art) fino a qualche anno fa al centro del dibattito critico. Ritenete sia ancora attuale l’idea di un’arte creata specificamente per Internet, un’arte che evada cioè dagli spazi concreti per consumarsi interamente nei luoghi virtuali della rete? Se sì, a quali condizioni e con quali specificità?

Elastic Group Più che eludere una classificazione abbiamo definito il nostro registro di appartenenza. Infatti Elastic Group pratica un’arte trasversale e come tale attraversa diversi mezzi e quindi diversi spazi, siano questi fisici, concettuali o virtuali. Le nostre opere possono essere fortemente corporee e architettoniche quanto leggere e immateriali; usare il video, ma anche la musica, la performance dal vivo e nel caso di TVision, il linguaggio della rete. Quindi per noi non esiste un’arte da consumarsi interamente nello spazio della rete, ma un’arte che può essere creata e consumata ovunque. Questa è la vera rivoluzione dell’autentica arte pubblica.

LG TVision rientra dunque all’interno di un programma artistico aperto, che include i linguaggi della rete senza tuttavia privilegiarli. Il “pubblico” della rete però non è necessariamente quello che frequenta gli spazi tradizionali dell’arte, e neppure, del resto, quello degli spazi pubblici fisici, ambientali o architettonici che siano. Quando elaborate un progetto tenete conto di questa distinzione?

EG L’apertura nell’arte è fondamentale, così come il fuori programma, il fuori campo, la voice over. Se l’arte è pubblica non può essere diretta a un pubblico specifico ma deve comunicare in maniera globale (e in questo senso la rete attraversa tutti i tipi di pubblico). Per noi l’arte deve parlare a tutti, indistintamente, senza categorie né classificazioni.

LG TVision recupera la grafica del vostro sito, il quale, oltre a presentare i lavori realizzati fino ad ora, è concepito esso stesso come un’opera interattiva. Perché questo richiamo quasi testuale?

EG Il linguaggio è sempre autoreferenziale, parla sempre di sé. Per noi è fondamentale questa componente fortemente linguistica dell’arte; un’arte, appunto, testuale; che si esprime, si sviscera, rivela i suoi meccanismi. Un’arte etimologica in un certo senso. Wittgenstein parlava di giochi di linguaggio… e TVision è in realtà un gioco dell’arte in cui i navigatori della rete possono accudire, osservare e interagire con una videocreatura che è un piccolo turista digitale.

LG Wittgenstein pensava che la scienza e la tecnologia da essa prodotta avessero un effetto negativo sulla vita; che fossero cioè responsabili di una perdita di contatto con l’esistenza da parte dell’uomo. Qual è il vostro pensiero al riguardo? In quali termini si delinea il vostro rapporto con la tecnologia e con la scienza in generale?

EG Nella nostra video performance Video Solo (assolo video di un uomo-macchina; un uomo TV che è l’antenato fisico dell’esserino virtuale di TVision) creiamo un richiamo evidente a una “re-carnalità” della tecnologia, una presa di coscienza dell’importanza dell’essere insieme, uomini e macchine, come corpi che si toccano, che entrano in contatto. Ortega y Gasset parlava della «deshumanización del arte» come di un processo avviato nel Novecento; adesso che abbiamo oltrepassato il millennio la tecnologia si sta invece sviluppando in modo evidente verso il pensiero connettivo, verso lo scambio globalizzante dell’informazione senza limiti. E l’arte deve seguire questo nuovo cammino e uscire dall’hortus conclusus in cui è intrappolata. L’arte deve uscire dai propri limiti ed essere afferrabile. Solo così può diventare pubblica.

LG Mi pare che condividiate la linea di alcuni ricercatori nel settore dell’intelligenza artificiale, i quali sostengono che l’autentica elaborazione di informazioni non dovrebbe limitarsi alle operazioni logiche, ma dovrebbe includere anche i nostri sensi. Penso in particolare alle analisi di Derrick de Kerckhove sull’esplosione sensoriale favorita dai nuovi strumenti, che diventano “prolungamenti tecnologici” del nostro corpo…

EG Nel nostro libro Strati Mobili: Video contestuale nell’Arte e nell’Architettura (Edilstampa, 2006) parliamo di una «corporeità elettronica», quella del cittadino digitale, il cui corpo diventa un expanded space, un corpo modificato dalle protesi tecnologiche, vere e proprie estensioni, come i fili di una ragnatela o un tessuto attraversato da vasi sanguigni; un corpo programmato, un corpo software, un corpo interfaccia. McLuhan parlava di una «epidermide sensibile», noi parliamo di un «corpo attraversato dai media», trafitto.

LG Cambiamo passo. Come siete giunti all’elaborazione di TVision? Com’è stato il vostro contatto con il territorio del Chianti?

EG Il contatto con il Chianti è stato per noi a doppio impatto: viscerale e quasi carnale il primo, quello con il territorio fisico; puro scheletro e nudità il secondo, quello con il territorio iconografico, virtuale, mentale, inconscio, proprio della fase “processuale”. Abbiamo girato il Chianti a piedi e in macchina raccogliendo impressioni e materiali, campioni sonori e visivi, tracce del territorio. E poi l’abbiamo analizzato e processato in laboratorio. Abbiamo mischiato gli ingredienti, osservato le reazioni, disegnato uno storyboard. Il sentiero del viaggiatore diventava così il sentiero multitraccia del piccolo esserino che dalle finestre della rete guardava e veniva guardato, come nelle moderne stazioni ferroviarie.

LG Avete anche ironizzato su alcuni stereotipi legati all’immagine del Chianti (il vino, il cibo, il paesaggio da cartolina)…

EG L’ironia, in quanto elemento destabilizzante, forma parte del nostro linguaggio creativo. In TVision smontiamo e riveliamo i meccanismi del processo visivo smontando a loro volta i luoghi comuni come fosse un rompicapo da ricomporre. Una visione alterata, una TVision appunto.

LG In conclusione, qual è la vostra idea di arte pubblica? Quali parametri deve tenere in considerazione? Quali peculiarità?

EG Il materiale più affascinante dell’architettura del futuro non è materiale; è l’apparizione fantasmagorica dell’immagine video sulla superficie opaca dell’architettura fisica: la “videometamorfosi”. Fare oggi arte pubblica significa sovrapporre i vari strati di dati nello spazio pubblico dell’architettura fisica, “videoarchitettare” lo spazio. Il linguaggio video è capace di rendere liquide anche le architetture più solide. Nella nostra ultima opera di Public Video Art (The Night Watchmen, 2006) abbiamo operato la “videometamorfosi” del Tempietto del Bramante incastrando tra le colonne di pietra 24 video ritratti di donne-sibille che accoglievano gli spettatori. L’architettura, come il video, è anche “tempo”, capacità di trasformarsi, “videometamorfosi” appunto.
In The Night Watchmen il video trasforma l’architettura a seconda delle fasi di luce della giornata; è un’opera metamorfica in cui anche lo spettatore viene fagocitato e trasformato nel tempo, ciclicamente, come il susseguirsi della luce e il buio, giorno e notte, accensione ed spegnimento. L’intera piazza di San Pietro in Montorio e l’edificio dell’Accademia di Spagna a Roma vengono trasformati; il pubblico “entra” nell’opera e ne diviene parte integrante.