Se la manifestazione Tusciaelecta è pensata in relazione al territorio del Chianti, la scelta curatoriale di Arabella Natalini, ricaduta su un progetto che ha trasferito e integrato il paesaggio toscano sul web, si è rivelata particolarmente interessante. Ancora di più se gli artisti selezionati sono gli Elastic Group of Artistic Research, da sempre impegnati in una ricerca poliedrica e in continua evoluzione che si sposta dal territorio al sociale, dal corpo alla città e, nei lavori più recenti, dalla città-corpo alla macchina stessa.

“Elastic” si riferisce alle qualità elastiche della superficie del video, così come quelle dell’epidermide e del tessuto urbano, «morbida, elastica, mutevole ai flussi che, secondo il contesto, la trasformano: epidermide griglia, superficie di proiezione e riflessione, tessuto rete-trasmettitore di flussi informativi, membrana neuronale» .
Le maglie invisibili che tengono uniti il corpo, la città e l’info-sfera dell’informazione sono restituite nelle opere con immagini e suoni elaborati e incarnati nelle forme più varie. Installazioni pubbliche e site-specific, performance, ambienti digitali, video-creature, sono alcune delle modalità con le quali i due artisti esternano – attraverso un processo empatico ed evocativo – la loro ricerca trasversale tra arte e filosofia. Le tecnologie impiegate diventano protesi del corpo, occhio attraverso cui osservare, definire e restituire realtà filtrate dal mezzo, proprio come il sociologo canadese Marshall McLuhan aveva anticipato negli anni Sessanta.

I due artisti uniscono i loro corpi in uno per entrare nella macchina e penetrare così le superfici elastiche dello spazio elettronico. Se nelle loro opere video e installazioni ponevano lo spettatore tra la macchina e l’oggetto, in TVision attraversano lo schermo e calano il loro alter ego nel cyberspazio, dove entrano in comunicazione e in comunione con gli abitanti del network.
«Il video – affermano gli Elastic – è un prolungamento del nostro essere come persone, e quindi ci permette di esprimere la nostra visione del mondo, un mondo parallelo abitato da video-creature che nel mondo della rete, come l’omino di TVision girano, si collegano, si nutrono (con l’aiuto della community, come i tamagotchi) in un rapporto empatico che cerca la condivisione dell’esperienza: Esisto se mi guardi, agisco se giochi con me, capovolgendo il consueto rapporto statico pubblico-opera, una inversione di rotta che fa pubblica l’opera in quanto l’opera la fa il pubblico!» .
Il bagaglio di esperienza e conoscenza di un territorio reale – quello del Chianti – è fotografato, vissuto, decodificato e ricodificato in linguaggio digitale, con le modalità di un gioco, a cui tutti possono avere accesso e in cui tutti possono ritrovare segni riconoscibili dalla memoria collettiva.
Diversi sono gli strati elettronici da penetrare. Con una visione mediata dal mezzo del video/testa dell’omino che ci guida, entriamo nel substrato elettronico del cyberspazio da dove guardiamo il paesaggio reale attraverso una serie di strumenti tecnologici. Se già la vista che l’omino elastico ci propone è filtrata dalla sua stessa immagine video, altri strumenti si aggiungono tra l’occhio e l’oggetto, quali fotografie, suoni, e di nuovo video; solo alla fine, quando il televisore è riposto sul monumento del Chianti, questa immagine diventa nitida.

La semplicità del lavoro rivela una complessa rete d’interpretazioni alle quali il territorio, reale e digitale, è concatenato; ancora una volta il paesaggio esce dai confini geografici per diventare tutt’uno con aspetti del sociale.
L’iconografia attraverso cui l’opera si esprime è legata, da un lato alla rappresentazione del paesaggio, dall’altro al linguaggio del computer, tutto decifrabile con immediata intuizione. È uno sguardo mediatico e mediato, esteriorizzazione e semplificazione della coscienza digitale e dei suoi segni convenzionali che, parallelamente, apre una finestra sul territorio liquido e sulla sua struttura sociale.
L’omino ci guida in una narrazione lineare in diversi riquadri a cui accediamo con una semplice interazione. Curiosiamo il paesaggio attraverso l’icona di una macchina digitale. Le immagini scorrono alla nostra interazione e al ritmo di suoni, a cui si aggiunge la simulazione di uno scatto. I soggetti delle foto sono sempre porzioni di realtà, astratti in segni di matrice pittorica; immagini della mente digitale e stimolo per la memoria collettiva che si riconosce in un’esperienza intimista della natura.
Ai tratti del contorno rurale si aggiunge tutto ciò che di sociale lo caratterizza – come il rito della tavola con i suoi cibi e i suoi vini. Una radio propone, su diverse frequenze su cui potersi sintonizzare, una rielaborazione digitale di suoni appartenenti al luogo con quelli ripresi dalla natura.
In ogni riquadro la video-creatura compie una funzione del quotidiano: mangia, dorme, guarda la televisione sogna, proprio come nel tamagotchi, video-game giapponese che ha spopolato sul mercato a metà degli anni Novanta, e a cui l’omino dell’opera web (così come i suoni che lo accompagnano) sono riferimento esplicito.
È innanzitutto il video-game ad aver giocato – nella cultura digitale – un ruolo decisivo nella costruzione di nuove identità e, quindi, di nuove realtà parallele.
«I video-games – anticipava Sherry Turkle negli anni Ottanta – sono finestre su un nuovo tipo di intimità con le macchine, caratteristica della nuova cultura dei computer» e da lei definita come «cultura di regole e simulazioni» .

Il filtro digitale di TVision non è quindi solo lo sguardo, ma anche il modo con cui lo spettatore è posto di fronte all’opera. L’interazione richiama l’azione del gioco e risveglia dalla componente voyeuristica, elemento comunque molto importante del lavoro.
Il paesaggio è analizzato su due diversi livelli, quello reale e quello del network, con la stessa logica trasversale che caratterizza la «Galassia Internet», definizione con cui – in continuazione con la «Galassia Gutenberg» di Marshall McLuhan – Manuel Castells ha denominato il territorio Internet .
Trasversale è tutto il lavoro degli Elastic: tra le discipline, tra gli strumenti utilizzati, tra le due dimensioni, reale e virtuale, e tra i lavori stessi. Amniotic City e Video Contact, il primo un video, il secondo una performance, sono due lavori che gli Elastic hanno portato a termine nello stesso anno e che, incarnati in alcuni elementi riconoscibili, sono presenti in TVision.
L’omino che cammina sul “suolo” del network per illustrarci il territorio del Chianti, ritorna – con le sue sembianze macrocefale – nel performer di Video Contact per condurci attraverso alienanti immagini urbane. Le sequenze, scorrendo sul monitor che avvolge la testa del performer, si sovrappongono allo spazio architettonico e avvolgono lo spettatore come in un liquido amniotico.
Il liquido amniotico è lo stesso che avvolge il corpo-città di Amniotic City, video simulacro della moderna condizione umana dove una membrana invisibile (l’info-sfera) collega e isola allo stesso tempo i cittadini dalla metropoli.

Alcune immagini simbolo di Amniotic City ritornano nel televisore che in uno dei riquadri di TVision lascia la testa dell’omino per occupare lo schermo e funzionare da vera e propria TV. Un telecomando interattivo ci invita a fare zapping tra le immagini manipolate della Toscana e le immagini digitali e video, icone dell’universo “elastico”.

Amniotic City torna al centro del video-trittico Remixing City (2009). I segni iconici ricorrenti del duo vengono qui “remixate” e rielaborate alla luce di una nuova maturità artistica. Punto nodale di un’ulteriore evoluzione di ricerca, Remixing City traghetta dal periodo di TVsion verso le ultime produzioni, riflessione sul linguaggio visivo della macchina.
Partendo dall’analisi dello strumento stesso, gli Elastic ne estrapolano quegli aspetti linguistici e filosofici che maggiormente sono legati alla logica matematica. «Abitualmente – constatano i due artisti – lo spettatore si sofferma a guardare l’opera; noi abbiamo voluto indagare come vede la macchina dall’altra parte: il rovescio del riflesso…» . Così le recenti produzioni di Digital Zoom (2010) e Barcode (2010), penetrano i pixel per estrapolare la valenza del colore come linguaggio.

«Attraversando lo specchio della logica matematica, lo specchio di Alice» – continuano i due artisti ricordando Martin Gardner, genio matematico recentemente scomparso, che del romanzo di Carroll aveva rivelato tutti i retroscena di giochi e poemi – «possiamo entrare nel cervello della macchina della visione e comprendere il suo linguaggio in codice, la visualizzazione di un flusso di dati video non tradotti, la materia grezza del linguaggio, la sostanza» .

Così la natura ripresa nel dettaglio di From Milk to Z (2010), lavoro di recentissima produzione, diventa magma primordiale in una metamorfosi e rigenerazione continua e il suo stato liquido, con il video, diventa materia.

Questo interesse viscerale per l’individuazione e l’analisi delle diverse stratificazioni del mondo digitale e dei suoi strumenti era già stata anticipata nel saggio degli Elastic del 2006 quando identificavano, tra le potenzialità dello zoom, quella di «simulare una continuità virtuale, l’esperienza di profondità infinita nello spazio, così come i circoli concentrici che si formano sulla superficie dell’acqua» .

Lo studio del dettaglio come rivelatore di universi, anticipato con i primi esperimenti del microscopio ed evolutosi nel recente avvento delle nano-tecnologie, ha scandito l’inizio dell’era post-digitale, quando una nuova natura prende forma, una «Natura II», come la descrive il teorico e artista pioniere Roy Ascott, che nasce in «un mondo che non sia più soltanto né digitalmente asciutto né biologicamente bagnato, né virtuale né attuale; in sintesi ciò che ho definito un “mondo umido”» .

Questa nuova natura “umida”, sempre più condizionata dal potere tecnologico, gli Elastic la analizzano attraverso un processo empirico, incarnandosi nella tecnica stessa. Il mezzo – estensione del corpo – accoglie ora il corpo stesso e si fa depositario della mente, così come il «post-human body» descritto da Katherine Hayles alla fine degli anni Novanta . Si sperimenta appieno quella che Roy Ascott definisce come «cyberscezione», ovvero la nuova capacità di percepire il mondo, al di là di una semplice amplificazione del pensiero.

Questi nuovi substrati rivelano strutture regolate secondo leggi universali – quali il codice del DNA (origine genetica dell’uomo), le architetture di molecole e cellule… – applicate o applicabili ad ogni settore: architettura, struttura sociale, pianificazione urbana e mondo digitale.
Penetrare sempre più profondamente nel cuore della tecnica significa penetrare nella cultura e nel corpo post-digitale, perché – come intuisce il sociologo italiano Mario Costa – «siamo semplicemente e soprattutto “nella” tecnica, una neotecnologia che, per altro, non agisce solamente e prevalentemente sulle “cose”, ma anche e radicalmente sull’uomo stesso (genetica, sociotecnologia, etc.)» .

Lo studio parallelo di macchina e natura rivela aspetti nascosti gli uni agli altri. È questo il percorso verso il quale, dai primi lavori e con TVision, gli artisti ci stanno conducendo. Attraverso il loro sguardo, filtrato dalla tecnologia, siamo abilitati a osservarli mentre penetrano nell’epidermide elastica della città, del paesaggio naturale, del cyberspazio, e ora della macchina stessa.