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Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006

Lorenzo Giusti La tua ricerca artistica si sviluppa su un piano poetico di sostanziale intimità, generalmente evocato da un uso confidenziale degli oggetti selezionati e quindi ricontestualizzati in una dimensione “altra” sulla base di un personale ordine estetico-architettonico, senza apparenti vincoli funzionali. Con Gemini Hall, l’opera-bar realizzata per Tusciaelecta nella sala grande dei Cantieri Goldonetta, ti sei dovuto confrontare con una richiesta vincolante di funzionalità. Come hai vissuto questa condizione?

Flavio Favelli Alla fine basta fare un “piano” più o meno orizzontale, delle lampade e degli scaffali, qualcosa che assomigli ad un bar. Venti anni fa nella città vecchia di Bari, vicino Santa Scolastica, ero stato in un bar; uno stanzone con tante sedie, la gente (tutti uomini) giocava a carte, fumava e parlava, poi c’era un piccolo bancone, con sopra il marmo; c’era una sola bevanda, una sola: la bottiglia da venticinque della Peroni.
Mi immagino sempre per il mio bar preferito, come Gemini Hall, un nome un po’ americano, un nome che sa di mondo internazionale, un po’ come bersi un Dry Martini in un lounge bar di un albergo al Cairo. Gemini Hall è un bar di un circolo privato, fra quello della stampa e quello del bridge; di quelli che rimangono così per decenni o forse rimangono così per decenni solo nella mia testa. Il bar è il luogo della psiche; al bar si sentono, si dicono, si vivono le cose più profonde. È il nostro (di quella parte di mondo dove si beve alcol) catino della storia. È un catino nero, nero lucido.

LG In Gemini Hall si ritrovano alcune delle atmosfere presenti in Vestibolo d’aspetto, l’opera realizzata per il Centro Pecci nel 2005. Quello che colpisce è il modo sofisticato e allo stesso tempo leggero con cui raggiungi la sospensione temporale, attraverso una messa in causa della memoria soggettiva dello spettatore. È questo che cerchi in un’opera? Rendere il senso dell’“attesa” attraverso una visione seducente e straniante? I titoli di diversi tuoi lavori sembrano rimandare a questa idea.

FF Voglio sempre riproporre un ambiente mentale, quello che sento alcune volte.
“Seduzione e straniamento” sono insieme le due condizioni che amo ritrovare nell’arte e riproporre nella mia arte. E tutto ciò lo ritrovo anche nei miei ricordi, nelle mie immagini, che cerco in seguito di elaborare e trasformare in oggetti e ambienti.
Comunque credo sia una faccenda privata e più questa è privata più conivolge lo spettatore; almeno, credo sia così…

LG Che funzione hanno gli oggetti d’epoca all’interno dei tuoi lavori? Decorativa? Evocativa? Allusiva? Simbolica? Sono elementi di una realtà “altra”?

FF Hanno la funzione di essere belli. Rappresentano quello che sento, quello che vedo, il mio concetto stesso di bellezza. Più che d’epoca sono di una certa epoca, quella che mi riporta a situazioni che, direi così, mi “chiamano”.

LG In un’intervista di qualche tempo fa hai dichiarato che il tuo è un lavoro di “ristrutturazione” di ambienti. Intervenire sul piano estetico significa per te intervenire strutturalmente, vale a dire su un ordinamento, su un assetto, su un sistema?

FF Ho detto “ristrutturazione” forse perché è un termine che si usava spesso nella mia famiglia.
Aveva, la mia famiglia, una casa e degli appartamenti sull’Appennino pistoiese. Tutte cose vecchie e, spesso, da ristrutturare. I soffitti fatti con le “arelle” (graticci di cannette) che erano marce, impastate con gesso. La polvere, i muratori. Prima i vecchi bolognesi, poi quelli del sud e da ultimo i marocchini e rumeni. Muri coperti dall’intonaco che nascondevano porte, legni marci, tabernacoli, intercapedini, ferri arrugginiti. Dove abitavo in via Guerrazzi a Bologna di fronte al Dams era sempre tutto in ristrutturazione. Mettere a posto le case – la polvere rossa dei mattoni dappertutto e poi quelle “bave” di canapa che usavano gli idraulici, sembravano ciocche di capelli sparse – è stato sempre un fatto costante nella mia vita. Nel 2003 ho esposto a Torino in una mostra dal titolo La mia casa è la mia mente.

LG Che significato dai al termine “arte pubblica”. Esiste, dal tuo punto di vista, una sfera dell’arte che possiamo definire tale? Se sì, quali caratteristiche deve possedere?

FF «Non sono un cineasta politico… Mi interessano più i problemi psicologici…». Woody Allen in un’intervista di un anno fa. Anch’io potrei dire così.
Credo proprio che tutta la mia arte sia un’arte personale, che si confronta assai poco col suo tempo e con la “cosa pubblica” perché credo che confrontare la propria… poetica – la vogliamo chiamare così? – con la “cosa pubblica” sia più semplice, scontato e alla fine banale rispetto alle proprie intime esigenze e visioni.
Avere come obiettivo la “cosa pubblica” è una questione che è giusto delegare al designer, all’architetto, al grafico, all’imprenditore illuminato, al creativo. Non ho paura di dire che le cose che faccio nascono da un’esigenza personale di chiarire meglio i miei problemi e le mie difficoltà (che è un altro modo per dire la mia poetica). Il rapporto con l’opera non può essere che intimo, un rapporto esclusivo che ha l’artista con l’opera e a volte lo spettatore con l’opera.
Ho l’impressione che i fautori della cosidetta arte pubblica non siano immuni da un certo senso di colpa… l’arte deve servire a qualcosa o a qualcuno, deve scuotere gli animi, animare le periferie e i centri anziani, stimolare gli asili, far prendere coscienza agli immigrati. Niente di più forzato, noioso e soprattutto inutile.
Il dramma è che puntualmente l’arte pubblica scuote al massimo il sistema dell’arte (lo 0,1 per cento della società) e non sfiora minimamente la gente occupata in altre questioni, ad esempio a lavorare.
Non amo le opere di Arnaldo Pomodoro, ma mi ricordo bene i suoi tre “obelischi” in piazza Verdi a Bologna (spostati da tempo alla GAM). Da sculture “calate dall’alto” divennero cippi vivi, totem degli indiani metropolitani, supporti di mille manifesti degli studenti. Mi ricordo che nel ’77 – allora avevo dieci anni – erano tutti dipinti e imbrattati… tutta l’arte diventa pubblica, ma è un’operazione che compie lo spettatore, il singolo.
Da tre anni sto seguendo questo mio progetto. Si chiama Sala d’attesa. È un ambiente-ristrutturazione per il Pantheon della Certosa di Bologna, che servirà per la commemorazione dei funerali laici. Il Pantheon è una stanza all’interno del Cimitero monumentale un po’ dismessa, ho pensato che potevo fare un ambiente fra la casa dei miei nonni, la sala d’aspetto del notaio e il gabinetto di un direttore di banca, un interno borghese preso dalle mie immagini. Tutto questo perchè ho spesso pensato alla mia morte. Penso in modo meticoloso ad ogni aspetto della mia vita. Il mio funerale lo vorrei in un luogo che non può essere una chiesa perchè non ho il dono della fede. Allora ho pensato di farlo. È chiaro che questo è il vero senso del mio progetto, ma il Comune di Bologna che sostiene il progetto (senza finanziarlo) e gli enti e sponsor privati che mettono soldi lo percepiscono come un progetto di arte pubblica, perchè non si può dire che una operazione che investe la città viene da un’esigenza personale, da un fatto privato… Date a Cesare quel che è di Cesare…
Credo che, nel creare un’opera, più l’origine è intima, personale, profonda, insomma un affare che affonda nella psiche, più l’opera sarà articolata.
Tutti gli scritti che Franz Kafka voleva distruggere, la sua opera, affari veramente suoi, hanno segnato il secolo scorso e sicuramente ci accompagneranno per il prossimo.