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Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006 Flavio Favelli, Gemini Hall, 2006

Il complesso Goldoni, di cui fanno parte i Cantieri Goldonetta (che col nome di Cango sono diventati oggi uno spazio multifunzionale nell’Oltrarno fiorentino, sede della compagnia di danza di Virgilio Sieni), dal 1975 è stato sede della compagnia fiorentina di Tadeusz Kantor per la creazione dello spettacolo Wielopole Wielopole. Si tratta della prima opera teatrale in cui Kantor, poeta dell’ossessivo permanere della memoria, è anche autore del testo drammaturgico, oltre che regista e scenografo. La pièce prende il titolo dal raddoppiamento del nome della cittadina di nascita di Kantor. Wielopole Wielopole intreccia memorie familiari con evocazioni strazianti della Prima Guerra Mondiale. All’inizio dello spettacolo, il pubblico si trovava di fronte a quella che Kantor ha descritto come «la povera stanza della mia infanzia».

Gemini Hall (2006) di Flavio Favelli si trova a Cango; come molte altre opere di Favelli, ha una precisa funzionalità: è un bar. Consiste di alcuni mobili disposti nel foyer di un piccolo teatro interno a Cango, alcuni dei quali sono stati adattati per ospitare le masserizie e le attrezzature necessarie a un esercizio dove consumare bevande.
Dal 1997 in avanti Favelli ha progettato e realizzato più di una struttura di questo genere; a volte si è occupato solo del bancone, altrove ha concepito l’intero ambiente, con vetrine, scaffalature, sedute. Questi suoi interventi si trovano presso centri culturali (celebre il suo primo bancone, al Link di Bologna) e musei (il caffè del Mambo è una sua opera); in altri casi sono stati commissionati da privati (come nel caso dell’alto bancone bianco di un caffè di piazza Vittorio a Torino).
I progetti installativi di Favelli si rivolgono alle funzioni più diverse; ad esempio ha progettato gli interni di una boutique a Bergamo (China Red) e ha anche riallestito, di sua iniziativa, la camera per riti funebri laici della Certosa di Bologna (Sala d’attesa).
Tutti questi luoghi, così come i lavori di Favelli che non si misurano direttamente con un ambiente specifico, sono dei collage tridimensionali di oggetti domestici, pezzi di mobilio e arredi d’architettura d’interni o esterni (scale, cancellate…). Si tratta di elementi che hanno spesso una connotazione cronologica piuttosto riconoscibile, legata più a una temporalità affettiva che a un ordine temporale oggettivo. Sono oggetti da “casa dei nonni”; provengono approssimativamente dal periodo in cui si beveva il Martini chiamandolo “vermouth”. Gli elementi su cui Favelli lavora richiamano o rievocano, più o meno precisamente, gli oggetti di cui da bambino era circondato nella casa di famiglia, a Firenze e poi a Bologna; nella casa dei nonni sull’Appennino. Dimensioni abitative in cui ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza solitarie e segnate da fortissime tensioni familiari. Luoghi caratterizzati dalla raccolta di oggetti antichi, preziosi, la cui disposizione era spiegata a Favelli da sua mamma con l’espressione altrettanto datata e graziosa: “per bellezza”.

Fatti in pezzi e ricomposti, accoppiati in accrocchi seducenti, questi pezzi di tappeti, specchi, bottiglie di Martini o di spumanti preziosi andati a male, tazzine, pezzi di pavimenti, vasi dell’amarena Fabbri, testiere di letto, cornici, lampadari, piastrelle, corrimano, tessuti invecchiati… danno vita a un oggetto nuovo, in cui si riconosce ciò che era, ma ancor di più si capisce ciò che non può più essere. La categoria freudiana dell’Unheimliches, il perturbante, si adatta benissimo alle ragioni e alle sensazioni legate a questi lavori di Favelli: ciò che è perturbante è al contempo familiare e estraneo, e quindi genera una sensazione di confusione, o addirittura di spavento, non completamente giustificabile. Favelli ci mette di fronte a cose che riconosciamo ma che non sono più se stesse e che riportano con immediata precisione a un gusto, un’aria, un’epoca che non viene raccontata nella sua integrità (del resto, sarebbe possibile farlo?).
L’aggettivo unheimlich è il contrario di heimlich, che, in tedesco, significa principalmente “fidato” e “appartenente alla casa”, ma anche, come rilevò lo stesso Freud, con una strana ambivalenza linguistica “nascosto”, “tenuto in casa”.
Una delle situazioni che può ingenerare una sensazione di perturbamento è la rappresentazione o la visione di un doppio, ad esempio l’esperienza di incontrare dei gemelli. Gemini Hall è un’opera basata sullo sdoppiamento. Il progetto di realizzarla nasce dalla fortuita casualità che ha fatto trovare a Favelli due armadi identici, molto alti, che sono diventati i due banconi molto lunghi. Sono lucidi, laccati di nero; hanno una riga dorata, che richiama perfettamente un addobbo funerario e che per l’artista evoca le decorazioni dei cancelli di Buckingham Palace che lo affascinavano da bambino. Spesso accade che nell’ideazione dei lavori, il punto di partenza sia un determinato oggetto che lo ha colpito nel corso delle continue ricerche di oggetti e memorie, per cui batte a tappeto archivi, magazzini, mercati, robivecchi di fiducia…
Dai due banconi uguali è nata quindi l’idea di un intero ambiente basato sul raddoppiamento; agli armadi-banconi si sono aggiunti gli scaffali, delle sedute, i doppi lampadari in ottone. Favelli avrebbe voluto che i due “blocchi” identici si fronteggiassero, disposti specularmente, ma le dimensioni del foyer del teatro di Cango non lo permettono. C’è comunque tra le due unità uguali tra loro una differenza fondamentale; un bancone è attrezzato per assolvere le funzioni di un piccolo bar; l’altro è uguale ma vuoto, inutile. L’altro c’è, dice Favelli, per creare un equilibrio; “per bellezza”.
Un anno dopo aver realizzato il bar di Cango, Favelli ha ripreso il tema del raddoppiamento in una grande installazione intitolata La Terza Camera e realizzata al centro commerciale di Cinecittà Due di Roma. In due ambienti separati ma contigui, su due pedane sono disposte, secondo il medesimo ordine, due serie identiche tra loro di oggetti e mobili d’epoca.
Nella casa estiva di famiglia sull’Appennino, i nonni dormivano nella prima camera, e i genitori nella seconda; la terza camera non era un vero e proprio ripostiglio: «ci si mettevano i mobili in più, le pere a maturare, alla sera i cuscini a fiori audaci del dondolo del giardino», racconta Favelli. Io la immagino in penombra, con poca luce estiva che entra dai buchi delle tapparelle di legno abbassate.
Un luogo in cui le cose non erano ordinate secondo una funzione, né secondo un’estetica; come nella memoria. Nell’installazione di Roma, Favelli ha fatto ri-esistere questa stanza, che stava nei suoi ricordi; ma la semplice azione di dare presenza a una stanza senza vita non era sufficiente. Gli oggetti che stavano nella terza camera erano senza dubbio “appartenenti alla casa” e al contempo “celati nella casa”: heimlich, dunque. Con il loro raddoppiamento nell’opera realizzata a Cinecittà, il familiare misterioso e intimo dell’heimlich diventa lo sconcerto dell’unheimlich. Le due pedane sono in ambienti separati, quindi lo spettatore nel muoversi tra i due spazi ne vede prima una e poi un’altra; ma è vederne un’altra o rivedere la stessa? Favelli da vita a un déjà vu, a un inghippo nello scorrere del tempo del visitatore e nella sua percezione, a un attimo, o forse più, di disorientamento tra cose “familiari”.
Nella progettazione e nella realizzazione del bar di Cango, grazie al recupero di due potenziali banconi da bar identici tra loro, Favelli ha individuato e sperimentato per la prima volta il raddoppiamento e i suoi effetti perturbanti.

Favelli non era a conoscenza delle vicende kantoriane legate alla sede del complesso Goldoni. Ma la coincidenza di luogo tra Wielopole Wielopole e Gemini Hall è suggestiva. Lo è perché in entrambi i casi la memoria individuale, il ricordo dell’infanzia, delle origini costituiscono un bacino poetico e al contempo diventano il grimaldello per far scattare delle situazioni che non sono tranquillizzanti rispetto al passato dolente che evocano. Entrambe le opere raccontano ossessioni private mettendo in scena un ambiente (e la sua narrazione) nei cui elementi lo spettatore può riconoscersi empaticamente, e nel farlo può partecipare per un momento a quelle ossessioni.