Il balletto è una danza organizzata da una coreografia che interpreta un brano musicale. Nel corso dei secoli, il genere si è modificato continuamente e i suoi elementi costitutivi hanno assunto un’importanza di volta in volta diversa. La musica, il corpo in movimento e i modi in cui questi entrano in relazione, tuttavia, sono sempre rimasti i perni attorno a cui ruota questa forma d’espressione.

Corpo, musica e composizione rappresentano anche i punti cardinali dell’opera di Letizia Renzini. Nata a Montevarichi nel 1970, Letizia lavora come dj, autrice e presentatrice di programmi musicali per la radio, artista visiva, cantante, critico musicale e performer. La nota di un invito la descrive come «attivamente coinvolta nel jazz, black music, avantgarde, vocalism, improvvisazione, installazioni, musica elettronica e riflessioni di genere», tutti interessi e attività fortemente connessi tra loro. Il suo profilo è ibrido, mobile e mutevole, i suoi lavori colti e articolati, la sua espressività complessa, come fosse il risultato di una resistenza a quello che ci si aspetta da lei; in ogni modo, tende a creare ambienti immersivi che invitano il pubblico a compiere un’esperienza sensoriale e intellettuale. Proprio perché la sua creatività assume forme diverse, è bene interpretarne gli esiti tenendo a mente tutta la produzione che, se posta su un orizzonte unico, appare sorprendentemente ben definita e omogenea.

Coinvolta spesso in progetti site-specific, Letizia interpreta il tema e lo spazio in modo decisamente personale: il suo essere – fisico, intellettuale e emotivo – ne è la misura, il modulor, per dirla con Le Corbusier. Il suo corpo è quasi costantemente in scena: magro e scattante, risponde alla partitura con movimenti ripetuti che appaiono più nervosi che armonici, più fuori che a tempo. I gesti che compie sono come i sample della musica elettronica, le campionature che vengono selezionate e riproposte nei brani elettronici; essi costituiscono la funzione di singoli vocaboli che, ripetuti e variati, compongono vere e proprie frasi espresse dalle membra. Densa (2003), ad esempio, rappresenta il frammento di una conversazione tra Letizia, che improvvisa una partitura composta dal missaggio di alcune sorgenti audio, e Marina Giovannini che risponde danzando. In Borda (2006) a dialogare sono quattro gambe, due di Letizia e due di Monica Demuru, i cui busti sono nascosti da una lavagna che protegge da sguardi indiscreti. Al contrario, completamente esposti sono i corpi ripresi nel video Esercizi di vita (2006) nel quale Letizia e Marina si muovono disegnando uno spazio emotivo.

Oltre a produrre movimenti, il corpo di Letizia emette suoni; e lo fa direttamente, usando le sue corde vocali, e indirettamente, scegliendo e programmando i brani da far ascoltare. Sotto il profilo musicale, l’opera Josephine 3. Si j’étais blanche (2003) è particolarmente significativa, poiché rappresenta una possibile sintesi dei suoi interessi. L’installazione è composta da due proiezioni: nella prima l’artista si traveste da Josephine Baker, si colora la pelle di nero e canta Like a Motherless Child, mentre nella seconda un batterista da strada suona le percussioni. Con il passare dei secondi, il ritmo tra i due schermi si sincronizza in un allegro con brio che manifesta il canale di comunicazione virtualmente individuato tra i due protagonisti. Lo stesso meccanismo dialogico si trova anche nei lavori in cui prevale la componente sonora, quali le Conferenze Mute presentate con Romeo Castellucci tra il 2006 e il 2007. In queste performance, i due autori si affrontano e confrontano a colpi di suoni e, sebbene appaiano fondersi con la musica, in realtà rimangono sulle posizioni di partenza. Nel disco Musica Leggiadra (Timet, 2007) invece, il terreno comune è individuato in ciascun brano e le improvvisazioni vocali dell’artista vengono assunte nel componimento orchestrato da Lorenzo Brusci. La struttura di questi lavori è simile: anche in questi casi, come nelle opere più marcatamente visive, si tratta di conversazioni tra individui che, senza l’uso di parole, trovano ugualmente un modo per capirsi.

In ogni modo, il comune denominatore del lavoro dell’artista toscana è la composizione, la struttura che organizza i contenuti. Prendiamo ad esempio Gran Paradiso (2003), un’installazione progettata a seguito di un breve periodo di residenza in Valle d’Aosta. Nella ricostruzione di un tinello e di una cameretta vagamente folkloristici, vengono trasmessi due video: il primo rappresenta una corsa concitata e spaventata tra le strade di Cogne (il lavoro è stato realizzato a pochi mesi dal famoso delitto); il secondo è un variété di musiche valdostane e situazioni naïf in cui Letizia si muove come fosse un goffo gnomo. La cultura tradizionale viene ridotta in forma di cartolina stereotipata grazie a un montaggio serrato che si serve della ripetizione ossessiva per indicare il reiterarsi acritico di una consuetudine. Lo stesso meccanismo sta alla base di Quando eravamo felici (2002), una video installazione che rappresenta una relazione amorosa incrinata. Da un grande schermo, un focolare scoppiettante diffonde una serena atmosfera natalizia mentre ciò che si sente in cuffia è la discussione animata tra due coniugi. Le loro divergenze, innescate da meschini fatti di vita quotidiana, non trovano una conciliazione e il diverbio è reso più appassionato dalla musica del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen che l’artista mette in sottofondo per aizzare i vicini che litigano dall’altra parte del muro di casa.

In estrema sintesi, per le modalità attraverso cui sono costruiti e agiti, i lavori presentati nell’ambito della mostra Balletti, come la maggior parte di quelli esclusi, mettono in scena delle relazioni. Senza volere delineare uno schema troppo rigido e deterministico – che per altro verrebbe negato dall’attitudine al superamento dei generi – nella produzione più decisamente visiva, Letizia dialoga con esseri umani di sesso femminile, trovando spontaneamente delle affinità e coinvolgendo in alcuni casi le donne della sua famiglia (la madre, ad esempio, è in un progetto editoriale per la rivista Label mentre la prozia è la protagonista di due installazioni del 2006 intitolate Maria e Tears for Johannesburg, composte da foto scattate cinquanta anni fa a Johannesburg). Nelle opere in cui prevale l’aspetto sonoro, invece, si confronta con esseri umani di sesso maschile che vengono affrontati partendo da posizioni più conflittuali. Nella ricerca della sintonia, in alcuni casi è necessaria una certa negoziazione, in altri la simbiosi appare naturalmente acquisita.

In definitiva, dall’opera di Letizia Renzini emerge con chiarezza una posizione artistica ed esistenziale umanistica che afferma, ancora una volta, la validità della definizione aristotelica di uomo come essere sociale, vivo in quanto attivo e ricettivo nello scambio con i propri simili. Una posizione condivisa da molti autori della sua generazione che, persi di vista i grandi quadri ideologici post-bellici e le riflessioni post-moderne, si ritrovano a interrogarsi sul senso della vita.