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Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007 Perino & Vele, The End of Second Act, 2007

Lorenzo Giusti In oltre dieci anni di attività vi siete confrontati sia con gallerie e musei, sia con spazi pubblici (penso in particolare al lavoro del 2001 per la metropolitana di Napoli). Come riuscite a fare interagire queste diverse dimensioni?

Perino & Vele Da sempre gli spazi sono fonte d’ispirazione per gli scultori, luoghi dove fantasticare e trarre degli spunti. Oggi i luoghi d’esposizione sono vari ma non tutti interessanti, le gallerie non sono altro che dei contenitori asettici dove qualsiasi opera si adatta divenendo protagonista assoluta. In questi spazi lavoriamo sul concetto d’installazione intervenendo sull’intera struttura e creando un’unica dimensione tra opera, spazio e visitatore.
Riteniamo più interessanti gli interventi su spazi dove l’ambiente può interagire con l’opera e viceversa, spazi dove si ha la possibilità di confrontarsi con l’architettura, la storia e la natura. Questi sono i luoghi dove preferiamo intervenire, dove riusciamo a dare il meglio di noi stessi creando opere che si integrano con l’ambiente circostante, quasi come se ne facessero parte, in questo modo l’opera non è estranea al visitatore. Per questo tipo di lavoro diventa necessario un sopralluogo prima della fase progettuale.
Un esempio è We have closed, l’opera realizzata al Palazzo delle Papesse di Siena, dove una vera saracinesca installata sembra confondersi tra i tanti elementi interni del museo; alcuni visitatori hanno pensato che l’intervento fosse stato fatto su una saracinesca già esistente.
È anche vero, però, come dice Marc Augè, che a volte i «non luoghi sono quelli in cui non si simbolizzano né le relazioni tra gli individui, né la storia locale. Spazi che si stanno moltiplicando, nel cui ambito ognuno di noi è totalmente anonimo». In questo caso l’arte può contribuire a trasformare questi “non luoghi”, in luoghi di socializzazione, di creatività ed essenzialmente di umanizzazione. Lasciare agli artisti la possibilità di intervenire in questi luoghi desertificati, privi di vita, è una grande sfida di libertà; infatti quando siamo stati chiamati per un nostro intervento nella stazione Salvator Rosa della metropolitana di Napoli, abbiamo subito pensato a qualcosa che avesse a che fare con la mobilità, ma che fosse anche fortemente radicata nella memoria collettiva e che facesse parte dell’universo “quotidiano”. Qualcosa che si contrapponesse alla forte presenza delle nuove tecnologie dei trasporti con una forza non solo evocatrice ma soprattutto più umana.
C’è subito venuta in mente la mitica Fiat Cinquecento. Su questa intuizione abbiamo lavorato per rendere l’idea della “Cinquecento” in un’installazione (A subway è chiù sicura) caricandola, poi, di altri significati, per rendere quel luogo uno spazio di vita, e quindi di tutti.
Interagire, dunque, o con spazi pieni di storia o con spazi “anonimi” è in entrambi i casi una sfida molto stimolante per l’artista.
Ciò che ci sta particolarmente a cuore è cercare di realizzare delle opere che non mettono distanza tra artista e spettatore, tra arte e vita, in qualsiasi luogo si trovino. Abbiamo sempre giocato con la capacità dello spettatore di riconoscere nelle nostre sculture la propria realtà quotidiana, mostrandogli attraverso una luce nuova, il mondo degli oggetti che ci circondano.
Un gioco tra l’ironia dei significati e l’ambiguità dei materiali, che sta a rappresentare il mondo che ci circonda.

LG We have closed s’inserisce nello spazio del museo come elemento spaesante, volto a ribaltare la coscienza dello spazio stesso, la percezione del luogo in quanto realtà architettonicamente definita. Quale effetto pensate di ottenere con l’opera progettata per San Casciano? Anche in questo contesto, seppure all’aperto, sarete costretti a confrontarvi con un luogo già fortemente definito dal punto di vista architettonico, nello specifico le forme razionaliste della facciata del teatro Niccolini.

P & V Abbiamo scelto di intervenire sulla facciata del Niccolini proprio per la forte identità architettonica che il teatro possiede. Esso è inserito in un contesto urbano costituito da molteplici elementi, che lo circondano e ne invadono la superficie; il nostro lavoro si inserisce come uno di questi, quasi estraneo alla struttura che lo accoglie.
La “pelle di elefante” appare come un gigantesco costume o coperta che si lascia cadere dall’alto attaccato a corde d’acciaio in uno spazio angolare sulla destra del teatro, riservato e non visibile da tutte le direzioni. L’installazione ci riconduce con la mente ai quartieri storici napoletani, dove alle pareti di abitazioni e strutture storiche, come chiese e monumenti, vengono attaccate lunghe corde per stendere il bucato.
Questa la visione ironica e bizzarra ma, come sempre nei nostri lavori, c’è anche un’altra percezione, quella allegorica che racconta concetti più ampi e complessi, come oggetti che fanno parte di discariche abusive, animali che non rappresentano più il mondo della natura ma altri mondi, fatti di tortura e guerra.
L’immagine infatti potrebbe rappresentare un animale sacrificato dove i proiettili, oltre a forare la pelle, bucano anche l’architettura del teatro fascista.
Questa architettura dalle forme razionaliste condivide con i nostri disegni (nei quali rappresentiamo “strutture praticabili”) la geometricità dei volumi e delle forme, mentre con le sculture, l’aspetto scenografico, con l’unica differenza che la cartapesta sostituisce il marmo.
L’opera sulla facciata del teatro ha la necessità di ripercorrere i tempi – passato, presente e futuro – e ricostruire gli eventi storici raccontando le problematiche sociali di oggi mantenendo sempre uno sguardo verso il futuro.

LG Lavorate in coppia da più di dieci anni. Come arrivate all’elaborazione di un progetto? Come realizzate concretamente le vostre opere? Come è cambiato il vostro modo di procedere rispetto agli esordi?

P & V Per quanto riguarda la fase di elaborazione di un progetto, che è il momento più delicato, avviene di norma in privato, non permettendo così l’individuazione di ruoli tra noi due. Non si può attribuire un’idea o un particolare intervento tecnico ad uno o all’altro sarebbe come attaccare la paternità dell’opera che invece è da attribuire ad entrambi. La fase operativa invece avviene in piena alternanza, ed in realtà tra di noi non esistono ruoli prestabiliti, quello che oggi è svolto da uno, domani potrebbe essere ripreso e terminato dall’altro, senza che si notino delle differenze.
Questo dipende, sicuramente, dall’abilità tecnica che entrambi possediamo, ma sta anche a dimostrare come in realtà l’opera che in fase creativa prevede dei progetti più simili a vere e proprie opere grafiche, sin dalla nascita nelle nostre menti, sia completa di ogni sua parte e perfettamente identica nel pensiero di entrambi. Il nostro lavoro è l’espressione di un unico individuo, di un progetto o entità riconoscibile con il nome di Perino & Vele.
Ma in questi quindici anni e con il passare dell’età possiamo dire di aver cambiato solo gli orari lavorativi rispetto agli esordi…