Lorenzo Giusti Come nelle scorse edizioni, anche quest’anno Tusciaelecta è intervenuta su alcuni luoghi nodali individuati nelle piazze e nelle strade dei comuni promotori. Come si concilia il tuo lavoro, rivolto in prima istanza all’indagine sullo “spazio mentale”, solitamente proiettato in una dimensione ambigua, onirica e straniante, con questa specifica dimensione pubblica?

Mario Airò Credo che le città e i luoghi del nostro vivere abbiano urgente necessità di segni intensi. La nostra vita si sviluppa quasi integralmente su coordinate dettate da necessità di secondo ordine, per cui ritengo che i luoghi nel nostro vivere debbano essere in grado di darci motivazioni anche rispetto a queste necessità. Luoghi che ci stimolino, che ci rilassino, che ci facciano stare piacevolmente o ci portino a meditare… la città non è solo un luogo di attraversamento o una realizzazione seconda; dovrebbe essere l’equivalente di una natura artificiale, più idonea alla nostra sensibilità rispetto alla natura stessa.

LG Hai progettato un ponte interattivo, tagliato da fasci luminosi che cambiano colore col passaggio dei pedoni. I concetti di “attraversamento” e di “mutamento” vengono quindi ricondotti ad una comune matrice esperienziale in cui dimensione fisica e dimensione mentale coincidono…

MA Non è che ci sia poi molto di più da dire al riguardo. Ciò che m’interessava in questo contesto era di creare un segno visivo che catturasse la nostra attenzione e ci riconducesse al momento presente della nostra esperienza, sottolineandola. Mi auguro che questo segno, che ci coglie e ci parla di ciò che stiamo facendo e di dove ci troviamo (un passaggio), ci induca ad uno stato epifanico, evocativo… o anche al riso, che l’improvvisa consapevolezza può stimolare.

LG Nelle tue installazioni i colori hanno a volte un valore simbolico; questo ti pone su un piano della ricerca sostanzialmente antitetico rispetto a quello di un maestro come Dan Flavin, che pure si è servito della luce e del colore come mezzi di smaterializzazione dello spazio al fine di analizzarne la percezione. Come ti poni rispetto a questa tradizione?

MA Sinceramente non ho mai pensato ai colori in senso simbolico, se non quando ho elaborato un frammento di Marsilio Ficino che li utilizzava in tal senso. Mi ha sempre interessato maggiormente l’aspetto esperienziale e percettivo dello spazio: in questo vorrei tentare di includere tutte quelle sensazioni e percezioni sottili difficilmente attribuibili ai soli sensi e che riguardano soprattutto il nostro modo, in quanto umani, di relazione fondamentalmente fantasmagorica con il mondo.

LG Che significato dai al termine “fantasmagorico”? Letteralmente una successione d’immagini, luci e colori; una congerie di concetti, idee, dati, elementi disorientanti? Oppure intendi dargli un’accezione filosofica, come categoria sostanzialmente antiplatonica (Platone invitava a ricercare l’eterno e l’astratto al di sotto del mondo fantasmagorico della percezione)?

MA Forse non ho utilizzato il termine propriamente; corretto sarebbe “fantasmatico”, credo. Intendevo riferirmi al fatto che le nostre percezioni sono già elaborazioni di dati sensori e che questa elaborazione viene fatta prima di tutto da processi intuitivi e dall’immaginazione.

LG Nei tuoi lavori lo spazio “interno” è inteso come habitat domestico, mentre l’esterno, il “fuori”, è spesso ricondotto a qualcosa di sconosciuto. Credi si possa ritrovare questa dicotomia anche nel progetto per Tusciaelecta, nei termini di una dialettica tra terra e acqua, o tra strada e ponte?

MA Ogni riferimento al fuori è all’oltre, sconosciuto ma attraente, mentre l’interno è il luogo della condensazione dell’esperienza, che non può che essere aperto; un luogo di sedimentazione. Il ponte è un topos molto potente, non a caso il papa è pontefice, costruttore di ponti, che permettono il passaggio ad un oltre/altro. I ponti collegano cose altrimenti distanti tra loro.

LG So che ti nutri di libri; che le tue opere nascono dalla lettura. Cosa hai letto di recente? Quali sono state le ultime scoperte che credi possano avere influenzato il tuo punto di vista?

MA Non sto leggendo nulla di particolare al momento, un po’ qua e un po’ là, diciamo, tra la ripresa di libri della tradizione moderna mai affrontati e qualche nuovo autore, alcuni al buio ed alcuni di quelli che mi hanno stimolato. L’estate prevede di affrontare Infinite Jest di Wallace, un autore che ammiro molto, anche se la lettura non è particolarmente piacevole, anzi forse proprio per questa durezza rigorosa lo stimo. Al momento m’interessa molto tutto ciò che riesca a proseguire la straordinaria epopea del moderno, intendendo con questa l’enorme lavoro che è stato compiuto il secolo scorso; mi viene sempre in mente l’immagine di un bimbo sulle spalle di un titano e penso che sia lui quello a giungere più in alto: è quello che vorrei riuscire a fare.

LG Mi pare di capire che la tua aspirazione al moderno nasca da un’esigenza di dialogo con il trascorso avanguardista e al contempo da una volontà di superamento di esso. Si può interpretare questo atteggiamento come un tentativo di reazione alla “condizione postmoderna” nei termini di un ritorno a un formalismo “alto”, che guardi alla forma, al colore, alla composizione e alla sperimentazione linguistica come a questioni di attualità?

MA Sono perfettamente d’accordo con quanto asserisci, anche se non concordo pienamente con la tua riduzione di questo atteggiamento a “formalismo”: nella condizione postmoderna abbiamo avuto un grande utilizzo del linguaggio al secondo livello, per cui figure sintattiche, stili, forme precostituite da combinare, comporre ma non costruire; nel presente abbiamo un utilizzo del linguaggio a fini comunicativi, per cui semplificato estremamente e ridotto a veicolo. Ritengo che le grandi opere di tutti i tempi sono semplicemente quelle che hanno messo in carne le idee, così che quando le incontri te le infilano in bocca e te ne fanno sentire tutti i sapori; non sono solo declamazioni, per quanto ad alta voce.

LG C’è qualcuna in particolare, di queste “grandi opere”, verso cui ti senti debitore?

MA Questa tua domanda richiederebbe una lista immensa, ma per dire qualcosa proviamo ad accostare la Madonna del Parto di Piero della Francesca e il Concetto spaziale: l’attesa di Lucio Fontana. Non siamo di fronte a una semplice somiglianza formale: entrambe sintetizzano la fecondità della vita attraverso un segno visivo che apre all’oltre, al mistero.

LG Sei un frequentatore assiduo del territorio chiantigiano. Come vivi questo rapporto in termini di relazione con il tuo lavoro? Credi che possa avere una qualche incidenza sulle tue attitudini artistiche?

MA Ritengo che le opere e le immagini nascano da un particolare processo di condensazione, sovrapposizione, e combinazione di suggestioni, percezioni, pensieri, legati alle nostre esperienze sia quotidiane che artistiche. Mi auguro che vivere nel Chianti partecipi al mio desiderio di dare un respiro più ampio alle opere, rendendole così in grado di sintetizzare stati. Mi sembra si possa avere una visione un po’ “panoramica” da questo buen retiro.