Mario Airò è un artista dello spazio, del suono e della luce. Si potrebbe dire che è un artista degli eventi, quelli che accadono negli spazi, ma va specificato che tutto avviene nella virtualità dei processi mentali: gli eventi sono quelli che il visitatore immagina, a partire dall’opera che gli si manifesta intorno. Gli si “manifesta”, diciamo, come avviene quando ad agire è una molteplicità di stimoli; raramente le opere di Airò si limitano ad essere immagini, oggetti, segni da contemplare. Il più delle volte quelle immagini, oggetti, segni, sono posti in relazione, interagiscono fra loro e con lo spazio che li ospita e che essi rendono complesso. L’opera va intesa essa stessa come complessità, dove ogni elemento gioca un ruolo e nessuno è protagonista assoluto. L’interazione naturalmente trova poi senso pieno nel comportamento dell’osservatore, che non è chiamato in causa solo per vedere, ma per agire col corpo, col movimento, col proprio intero apparato percettivo.

Ciò non significa per altro che l’artista si prodighi in una retorica della sensualità; il mondo delle emozioni è sempre chiamato in causa direttamente, ma all’interno di percorsi costruiti (è il caso di dirlo) dal pensiero.

Parliamo, dunque, di spazi e di elementi che li abitano; parliamo più precisamente della trasformazione di questi spazi, in diverse accezioni. Airò è un costruttore di ambienti, un architetto e carpentiere che edifica celle in mattoni all’interno di una galleria d’arte (ma con un lato aperto all’esterno dell’ambiente maggiore, in un cortocircuito spaziale e logico di grande fascino), o stanze all’interno di musei che percepiamo guardando attraverso un acquario, e che vengono offerte a musicisti per le loro sperimentazioni sonore. Costruisce anche casette negli esterni, che “presentificano” oggetti ed arredi solo descritti in opere letterarie. Questo lavoro edificatorio, solido, tangibile, serve poi a dare alimento ai sogni, perchè i muri diventano poi i contenitori di fenomeni immateriali e cangianti come appunto il suono, il movimento silenzioso dei pesci, la luce.

È la luce a diventare soprattutto fattore di trasformazione. Per Airò la luce non serve tanto ad illuminare (nonostante alcune delle sue installazioni siano pensate per l’esterno e quindi per la luce naturale), quanto piuttosto per trasfigurare, mutare le sembianze di ciò che tocca; se volete serve a confondere più che a distinguere. Molti degli ambienti creati si presentano bui, e trasformati appunto dagli stimoli luminosi che vengono innestati con un uso poetico quanto sapiente dell’arte “illuminotecnica”: dai pannelli solari ai proiettori di diapositive, dalla luce “nera” di Wood alle luci stroboscopiche e ai led, adottando insomma anche la tecnologia più avanzata, ma sempre coniugandola con estrema semplicità. Così l’opera, la mostra, l’installazione, diventa “abitabile” come una scatola magica, un luogo quasi sacrale, comunque un ambiente sospeso e “altro” rispetto a quelli che abitiamo nella quotidianità. Questo effetto sarà tanto più accentuato, se interverrà l’altro elemento divenuto fondante di molto lavoro di Airò: il suono, un suono registrato e trasmesso, diffuso negli ambienti o segreto, da ascoltare in apposite cuffie.

È stato detto che la retorica di Airò rimanda a quella degli effetti speciali del cinema, l’arte di arricchire la “fiction” in cui lo spettatore è calato tramite l’uso di tecnologie soft e sofisticate che giungono appunto ad effetti di realtà, a rappresentazioni palesemente fittizie ma totalmente credibili, nonché di incontestabile grandiosità. Il cinema è sicuramente una delle fonti di ispirazione per l’artista, che ha dedicato opere e mostre intere al ricordo di determinati film particolarmente amati: elementi della scenografia che ritornano realizzati in altri materiali, citazioni effettuate tramite la presentazione di oggetti particolari, oppure vere e proprie sequenze riproposte sotto forma di video.
Non vi è dubbio che il cinema costituisca un enorme serbatoio di spunti narrativi, di idee formali, di immagini la cui pregnanza e il cui potere di coinvolgimento emozionale non ha forse pari nelle altre forme di espressione. Non stupisce quindi che Airò e molti altri artisti della sua generazione vi facciano ricorso così spesso; il cinema serve come background per articolare il lessico delle emozioni – e forse delle passioni – che sembra essere uno dei tratti comuni più diffusi nell’arte di oggi. Quella di Airò è una ricerca che andrebbe però distinta dalla retorica degli effetti speciali, che spetta di diritto più a celebrati video-artisti di area anglosassone. Costoro esprimono nell’opera un sapere specialistico, raffinatissimo ed esclusivo, comprensibile nel suo funzionamento solo da pochi addetti (eletti?). Quello di Airò è invece un sapere tecnico – come abbiamo detto – coniugato con semplicità; l’effetto nel suo lavoro si “scopre” molto presto, niente è tenuto segreto a lungo.
Dunque nessun esibizionismo del mezzo e delle sue mirabolanti illusioni, ma un uso pacato dei suoi risvolti poetici. Senza contare che per Airò la luce, il video, il suono e, insomma, tutto ciò che è tecnologico, viene combinato insieme all’oggetto, al plexiglas, al legno, ai libri stampati, alla sabbia e a quanto altro possa tornare utile alla sua espressività.

Per la sua installazione di Greve Airò ha scelto forse la via più radicale per esprimersi: estrema semplicità, estrema autoevidenza dell’opera e del suo significato, se così possiamo definirlo. Innanzitutto, lo spazio: in questo caso è lo spazio urbano aperto, un ponte, anch’esso di estrema semplicità costruttiva. La zona interessata non presenta generalmente particolarità architettoniche o naturalistiche da mettere in rilievo, è un frammento dell’infinito paesaggio urbano medio, comunissimo sul nostro territorio e travalicante anche le differenze localistiche, regionali.
L’ambiente quindi non viene trasfigurato ma resta quello che è; lo spazio dell’arte qui si identifica totalmente con lo spazio collettivo, sociale, “usato” più che “abitato” dai suoi fruitori (e dunque si identifica anche con i suoi rumori, il suo sonoro): un ponte si attraversa per raggiungere l’altra parte, l’altra riva. Airò interviene appunto su questo uso, col semplice atto di installare ai lati del percorso due linee di led luminosi a correre lungo l’intera lunghezza. Altre due linee luminose solcano i lati opposti del ponte, in modo che la luce sia visibile a chi si avvicina oltre che a chi attraversa, e in modo da sottolineare l’eleganza slanciata dell’arco, a schiena d’asino.
La luce sottolinea dunque la funzione della struttura interessata, quella di collegare, di congiungere due parti separate, di consentire il transito superando l’interruzione creata dalla natura.
L’installazione in questo spazio pubblico, anonimo, aperto all’uso, chiama in causa i fruitori direttamente, anche se su un piano simbolico: il passaggio delle persone attraverso il ponte determina il cambiamento della luce, dal blu al verde e viceversa. Colori anch’essi neutri, che indicano genericamente il manto della vegetazione o il colore dell’acqua sottostante, la loro alternanza segnalerà il “vissuto” del luogo, coniugato nel suo essere più elementare, la pura presenza dei passanti.