Bardini Boboli Project è dedicato alla natura spontanea e al costante negoziato tra mondo umano e mondo naturale, edificato e incolto, città e “selva” in contesti urbani. Tre installazioni “diffuse”, concepite per essere lievi e non invasive, creano percorsi inediti connettendo arte, architettura, botanica, zoologia. Una grande installazione con bandiere, disposta nello spazio ludico dell’anfiteatro di verzura e lungo le mura, gioca con le pretese di ordine e controllo del nome botanico e del discorso tassonomico. Piccoli “teatrini” e “osservatori” a terra, dialogando a distanza con apparati festivi e allestimenti effimeri di parchi e città, richiamano l’attenzione su dettagli, processi, aspetti trascurati della biodiversità locale, disegnando un itinerario costellato di minimi gesti e rituali di scoperta e consacrazione. Cartellini botanici simulati “allestiscono” infine il prato del frutteto: in luogo di nomi botanici, le scritte alternano giochi linguistici, versi sparsi, frammenti di riflessione, citazioni di testi e progetti dedicati da celebri artisti e architetti (da Hans Haacke e Bas Jan Ader, da Robert Smithson a Gordon Matta-Clark, a Rem Koolhaas, Diller+Scofidio e Atelier Bow-bow) alle piante spontanee e alla loro interazione con l’ambiente urbano. Una segnaletica affettiva, frammentaria, concepita con la collaborazione di botanici, zoologi, urbanisti, architetti del giardino e del paesaggio, giardinieri: l’artista ha disposto che, come parte del progetto, la manutenzione ordinaria del giardino e il taglio delle “malerbe” fossero sospesi per il periodo della mostra.

Michele Dantini [Firenze, 1966]
Michele Dantini è interessato a progetti con implicazioni politiche, ecologiche, culturali. Concepiti spesso con riferimento a luoghi dislocati e fuorimano, piccole nazioni, comunità prive di rappresentazione, i progetti non offrono analisi “oggettive” o risposte scontate: costituiscono piuttosto momenti di cristallizzazione mediati e personali. Lo spunto è offerto da una scoperta, un incontro casuale. Un luogo attraversato da narrazioni potenziali di dislocazione e solitudine, un oggetto, un nome, un archivio, un frammento di storia diventano figure di una riflessione più ampia sui rapporti tra potere e violenza, mente e mondo, immagine e parola.