Alberto Salvadori Il territorio indagato, nel tuo progetto Baedeker, è caratterizzato da una marcata “topo-grafia”, intesa come scrittura dei luoghi con le relative storie che si portano dentro e dietro. Testi, disegni, immagini fotografiche, manipolazioni di documenti svelano e nascondono cambiamenti, storie di vita, stili e processi di antropizzazione e urbanizzazione. La tua ricerca stabilisce, nel legarsi alla geografia umana e all’ecologia politica, una posizione netta nei confronti di quello che in termini storico-artistici possiamo definire orientamento concettuale, inteso come rimando a una voce estremamente importante della vicenda artistica degli ultimi decenni. Puoi parlarmi allora della tua pratica di lavoro? E quali sono, se ci sono, e in che termini, riferimenti ad artisti, architetti, urbanisti nel tuo lavoro? Ti chiedo questo perché sono molto interessato, affezionato, alla biografia degli artisti che seguo.

Michele Dantini Esiste una duplice tradizione del concettuale, ed è possibile distinguere. Esiste un concettuale che definirei accademico, nel senso proprio di ex cathedra, e un concettuale che va in cerca di connessioni e referenza (sociale, storica, ecologica, etc.). Nel primo caso, esemplificato da Kosuth o Buren, l’arte rimane tema di un discorso chiuso, circolare, metalinguistico: parla di se stessa, enuncia qualcosa a riguardo di se stessa. Può fingere di semplificarsi: ma non amplia né modifica l’archivio. Esistono l’opera e l’ambito istituzionale dell’opera, con l’artista in un ruolo abbastanza chiuso e autoritario, ispettivo. Nel secondo caso, per cui possono valere come modelli Smithson, Haacke, Matta-Clark, alcuni tra gli artisti dell’Arte Povera, si sviluppano attitudini interrogative e collaborative, si è interessati a confrontarsi con ambiti di ricerca, pratiche sociali e culturali provenienti da contesti diversi, innovativi e in divenire. Sono interessato a questo secondo tipo di concettuale, più extrasistemico e con codici di “generosità”.

AS Nel costruire percorsi dettati dall’affettività e dalla necessità di scoprire, svelare, sovvertire connessioni e relazioni tra e con luoghi e persone, soggetti della tua indagine, il Bardini Boboli Project come s’inserisce in questo percorso?

MD Il progetto sui parchi urbani è dedicato alla natura spontanea e al costante negoziato tra mondo umano e mondo naturale, edificato e incolto, città e “selva” in contesti urbani. Le installazioni sono concepite per essere lievi, non invasive: creano percorsi, richiamano l’attenzione su aspetti e processi trascurati del parco. Ho cercato di proporre un itinerario costellato di minimi gesti e rituali di scoperta e consacrazione, un va-e-vieni abbastanza inatteso tra arte e natura. In luogo di nomi botanici, le scritte dei cartellini botanici simulati alternano giochi linguistici, versi sparsi, frammenti di riflessione, citazioni di testi e progetti dedicati alle piante spontanee e alla loro interazione con il contesto urbano da artisti e architetti: Hans Haacke, Bas Jan Ader, Robert Smithson, Gordon Matta-Clark, Rem Koolhaas, Diller+Scofidio, Atelier Bow-Wow. Mi sembra che il progetto sia in linea con i lavori precedenti, anche quelli in apparenza più diversi, relativi alle isole-nazioni tra Africa e Caraibi: descrivo luoghi attraverso dettagli, costruisco mappe selettive e frammentarie di luoghi che hanno in comune narrazioni potenziali di dislocazione, solitudine, vertigine. Mi preme dischiudere processi di attenzione per lasciarli poi aperti, disponibili.

AS Viviamo in un territorio, quello italiano, e in un’area ben definita, quella fiorentina, dove da molto tempo si parla di città diffusa, dove la percezione della realtà territoriale è simile ad una ragnatela, dove tutto è strettamente connesso: pensi davvero che sia realmente così, che non esistano varchi?

MD Qualsiasi territorio è attraversato da una molteplicità simultanea di possibili presenti. Non mi sono posto il problema della specificità del territorio centroitaliano: desideravo lavorare tipologicamente sulla città e i sui processi di trasformazione. Abbiamo studiato in vari modi e sotto differenti profili l’impatto dei processi globali sulle città: non abbiamo forse considerato come i processi di reinsediamento di animali e piante o le mutazioni ecologiche in atto possano modificare il nostro modo di vivere, immaginare, progettare le città. Vorrei citare Doreen Massey (For Space, Londra, 2005): «la persistente insistenza sulle città come luoghi più radicalmente innovativi è forse conseguenza della nostra visione domesticata del rurale (senz’altro lo è della nostra domesticazione della campagna). Eppure immaginare in modo nuovo campagna e natura è perfino più stimolante che mappare i processi di mutamento dello spazio che hanno luogo entro i contesti urbani, convenzionalmente avvicinati solo come contesti antropizzati».

AS Muoverti in territorio chiantigiano per il progetto di Tusciaelecta 2007 che riflessioni ti ha indotto a fare? Vorrei suggerirti due coppie di parole in antitesi tra loro, generanti un concetto da cui far scaturire la risposta: città\campagna = architettura, colto\incolto = antropizzazione.

MD Nell’attraversare il Chianti avevo soprattutto tre libri in mente: Parks in Transition. Biodiversity, Rural Development and the Bottom Line, una raccolta di testi di ecologia politica curata da Brian Child; Mutations, di Rem Koolhaas, Stefano Boeri, Sanford Kwinter; e Pet-Architecture, una guida all’architettura vernacolare dell’Atelier Bow-Wow, un gruppo di architetti e urbanisti di Tokyo. Non si tratta di una selezione arbitraria, se pensi a quanto intensa sia la pressione sulle aree verdi e quanto diffusi i processi di urbanizzazione: la città è ovunque, al tempo stesso è ovunque la natura. I processi di urbanizzazione hanno inizio in forma inappariscente, per lo più diffusa, polverizzata sul territorio, «hanno luogo attraverso la ripetizione frequente di piccole unità discrete prive di connessione e logica combinatoria, non attraverso l’aggiunta di nuove parti omogenee, grandi progetti unitari, al tessuto preesistente» – la citazione è di Boeri. Proviamo pure a non considerare l’aspetto urbanistico: campagna e piccoli centri sono attraversati da un radicale cambiamento demografico e sociale, che sposta, se non abolisce del tutto, le demarcazioni consuete tra Centro e Periferia e disloca i processi di modernizzazione. Chi lavora la terra oggi, in gran parte migranti europeo-orientali o africani, non proviene necessariamente da contesti rurali né trasferisce un’antica cultura contadina, al contrario: è un uomo di città attratto dalle possibilità di guadagno, in possesso di versatilità culturale e immaginazione sociale. Il suo non è uno spostamento solo geografico o linguistico, ma professionale: nel paese d’origine è magari un ragioniere, un piccolo commerciante, un giovane odontotecnico privo della possibilità di aprire uno studio. Legge rotocalchi, modella le sue aspettative di sovranità, ascesa sociale, consumo e benessere, attraverso quanto gli propongono cinema, pubblicità, televisione.